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Dietro le Quinte

Intervista a un MC della scena freestyle del Sud: "Qui siamo lontani da tutto, ma forti tra noi"

OnStage Editor 20 min di lettura

Dietro le quinte con chi porta la voce del Salento

Questo articolo nasce da una conversazione in un garage di Lecce, seduti su sgabelli da lato, mentre fuori pioveva. Il nostro ospite è un MC della scena freestyle locale che ha chiesto di rimanere anonimo. Non per mistero, ma perché il freestyle, spiega lui, non dovrebbe mai essere una questione di nomi. È una questione di flusso, di verità, di quello che il microfono cattura quando una persona smette di fingere.

Lo chiameremo Marco in questo articolo.

"Qui non ci sono i riflettori"

Quando gli chiedo cosa significhi fare freestyle nel Sud Italia, Marco si ferma. Guarda il PC posizionato nell'angolo del garage dove produce beat. Sorride.

"Significa che nessuno ti aspetta al turno. Non c'è MTV, non ci sono case discografiche che mandano talent scout ai concerti. Non c'è il pubblico dei social media che segue ogni movimento. Significa che quando sali su un microfono davanti a 50 persone, non stai cercando di vendere una immagine. Stai cercando di dire la verità."

Marco ha iniziato a fare freestyle a 14 anni. Oggi ne ha 26. Per dodici anni ha ballato su basi prodotte in cameretta, nei garage, nelle piazze di piccoli comuni salentini. Non ha mai registrato disco niente per una label. Ha una piccolissima community su TikTok (circa 2.400 follower). È perfettamente consapevole di non essere celebre. E dice che questa è esattamente la sua forza.

"Se fossi nel circuito main stream, dovrei produrre contenuti, mantenere un'immagine, preoccuparmi dei trend. Qui, nel Sud, posso evolvere senza fretta. Posso fallire in privato e imparare."

Immagine: MC freestyle in cipher

La comunità di pochi che sono molti

Una delle cose che colpisce quando parli con Marco è come parla della scena. Non la vede come una competizione. La vede come una famiglia.

"Nel nostro circolo siamo in 40-50 people attivi. Potrebbe sembrare poco. Ma questi 40-50 si vedono quasi ogni settimana. Sappiamo i nomi delle loro cagioni, sappiamo quali sono i loro esami all'università, sappiamo se uno ha un problema e serve supporto."

Mi mostra il suo telefono. Ha un gruppo WhatsApp intitolato "Cipher Salento". È pieno di messaggi di gente che si aiuta a scaricare basi, che condivide consigli sui flow, che si tira su a vicenda. Mercoledì scorso, uno dei ragazzi del gruppo aveva una audizione per entrare in un percorso musicale più serio. Il gruppo lo ha supportato. Ha passato l'audizione.

"La competizione nel freestyle è reale, ma è una competizione che migliora tutti. Quando io aumento il livello, gli altri si alzano. Quando Alessio fa una rima nuova che non avevo mai sentito, tutti la copiamo e la personalizziamo. Così il livello sale."

Quando il PC produce e il corpo respira

Chiedo a Marco di spiegarmi il processo di come crea un freestyle. Mi aspetto una risposta tecnica. Invece ricevo una metafora.

"Il corpo sa come creare rime prima che il cervello lo permetta. Quando senti una base, la tua frequenza cardiaca sale. Senti il tempo. A questo punto, il cervello esce dalla stanza. Lascio che le parole vengano. Ascolto le rime che emergono, come se fossero parole di un'altra persona."

Questo è il momento che mi affascina. Marco accende una base. È una cosa lofi, ballistica, con un sample di voce vintage. Chiude gli occhi. Inizia a battere il piede. Poi il flusso arriva, e per due minuti scompare. Ci sono solo le parole, la beat, l'aria.

Quando finisce, apre gli occhi.

"Questo: questo è quello che cerco ogni volta. Non la perfezione. La perdita di controllo consapevole."

La decisione di non diventare professionista

Qui arriviamo al nucleo della conversazione. Chiedo a Marco perché non ha mai cercato di "fare sul serio" con la musica. Perché non ha registrato un album, non ha firmato contratti, non ha provato a sfondare a Milano o a Roma.

La risposta mi sorprende.

"Ho avuto opportunità. Un paio di persone nel giro mi hanno offerto supporto per fare qualcosa di più serio. Ma ho guardato cosa significava: rinunciare agli amici di cipher, muoversi altrove, creare contenuti secondo calendari che altri decidono, perdere il controllo creativo."

Fa una pausa.

"Io voglio il freestyle per me. Voglio il momento in cui mi sveglio e scelgo di stare bene, di creare, di condividere. Non voglio trasformarlo in una rotta obbligatoria. Non voglio che la creazione diventi sofferenza."

Mi racconta di un MC che conosce, passato al circuito major. "Ha 10 volte i miei follower. Ha soldi. Ha opportunità che io non avrò mai. Ma ha anche perso il piacere. Parla della musica come di un'azienda. Accendo la clip del freestyle, e sento solo la fatica. Non sento più il gioco."

Marco non giudica questa scelta. Capisce che per alcuni, il professionismo è la strada giusta. Ma per lui, per quel che fa, la libertà è più importante del successo.

Le parole come medicina

Un tema che emerge spesso nella nostra conversazione è come il freestyle lo aiuta affrontare la vita. Marco parla di un periodo difficile tre anni fa, quando ha attraversato una depressione leggera. Non è sceso a compromessi con terapisti (che a livello locale sono rari e costosi). Ma ha trovato una medicina nel freestyle.

"Quando sali su un microfono e dici la verità su quello che provi, qualcosa si sblocca. Non è psicoanalisi. È più come gridare il dolore in uno spazio dove altri capiscono. E poi il pubblico appoggia. Ti dicono 'Sì, lo so cosa vuol dire'. E improvvisamente non ti senti più solo."

Questa è una cosa che molti underestimate del freestyle. Non è solo performance. È terapia narrativa. È il modo in cui le comunità pre-moderne facevano condivisione emotiva, prima che esistessero i social media e gli psicologi.

Immagine: Persone riunite in cipher

La scena sta crescendo, e lui osserva

Chiedo a Marco se vede la scena freestyle salentina crescere. La domanda porta a una conversazione affascinante su come OnStage ha cambiato il paesaggio.

"Tre anni fa, il freestyle qui era una cosa isolata. Pochissime persone lo sapevano. OnStage ha detto: 'Ehi, questo esiste, e vale la pena vedere'. E adesso vediamo ragazze di 14 anni che entrano in cipher. Vediamo nonne che vengono a sentire i nipoti freestyler. Vediamo sponsor, media, struttura."

Non lo dice con gelosia. Lo dice con meraviglia.

"È positivo. È crescita. L'unica cosa che speriamo è di non perdere l'autenticità. Che il freestyle rimanga un linguaggio di verità, non diventi una esibizione."

Chiedo come si può mantenere questa autenticità mentre cresce.

"Difficile. Ma penso che sia possibile se rimane una cosa dove il freestyle rimane di chi lo fa. Se rimane una conversazione tra persone, non una performance per il pubblico. Il pubblico è invitato, ma il cuore rimane tra noi."

Il futuro, versione Marco

Come finirà questo? Dove vede Marco stesso tra cinque anni?

"Ancora qui, spero. Ancora in garage, ancora in cipher, ancora a creare. Magari insegnerò a ragazzi più giovani come fare freestyle. Magari farò produzioni più curate. Ma spero che rimanga un modo di stare al mondo, non diventi un modo di fare soldi dal mondo."

La sua visione è modesta e radicale allo stesso tempo. Radicale perché in un epoca di massimizzazione, di crescita, di personal branding, Marco sceglie il contrario: il contentamento, la comunità, il piacere di creare senza dover mostrare.

Modesta perché sa che questa visione non è per tutti. "Ci sono ragazzi che vogliono fare il rapper a livello internazionale. È giusto. Hanno il diritto di sognare grande. Io ho scelto un sogno diverso: piccolo, stabile, vero."

L'invito a OnStage

Prima di andare, Marco mi ricorda dell'open Mic Estate che OnStage organizza.

"Se qualcuno qui legge e pensa 'Io voglio fare freestyle, ma non so come iniziare', le Open Mic sono il posto giusto. Niente competizione pesante, niente esibizione forzata. Solo gente che freestyla, pubblico che ascolta, e spazio per trovare la tua voce."

Mi racconta che lui stesso osserva alle Open Mic, per vederecome la scena evolve.

"È il mio modo di rimanere connesso senza aver bisogno di salire e ballare ogni volta. Vedo i giovani, riconosco il momento in cui una persona trova il flow, e penso: 'Vai. Tu stai scoprendo qualcosa.' È bellissimo."

Nota finale: il dietro le quinte

Questo articolo è nato dal desiderio di mostrare il dietro le quinte di ciò che sembra semplice: un MC salentino anonimo che freestyla. In realtà, dietro c'è anni di pratica, scelta consapevole, sacrifici silenziosi, comunità che supporta, e una visione di cosa significhi vivere attraverso la propria arte.

Marco non è una celebrità. Non ha migliaia di follower. Non ha contratti discografici. Ma ha qualcosa che molti desiderano: sa perché crea, crea con persone che ama, e la creazione lo rende più intero.

Se conosci qualcuno come Marco nella scena salentina, capirai di cosa parlo.

Se non conosci ancora nessuno così, ti invitiamo alle [prossime Open Mic Estate](/eventi). Qui, incontrerai Marchi e Alessie e Chiare che stanno scoprendo il loro flusso.

Leggi anche: il nostro articolo su [come organizziamo Block Battle](/blog).

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